Making visible
Di Vera Sacchetti

05 Marzo 2024

05.03.2024

Donne nel design, passato, presente e futuro

Issue 2.2

Decolonizzazione
Femminismo
Storia del design

Uno sguardo al presente: smantellare e sviluppare sistemi di (in)visibilità

Nella pratica contemporanea del design diverse designer, molte delle quali hanno un proprio studio e lavorano esclusivamente con il proprio nome, si sono fatte notare per il loro lavoro.
A partire dagli anni Ottanta e Novanta, product e graphic designer come Hella Jongerius, Ilse Crawford di Studio Ilse, Rianne Makkink di Studio Makkink & Bey, April Greiman, Paula Scher di Pentagram, e Sheila Levrant de Bretteville, tra le altre, hanno lasciato un segno e sono riuscite ad emergere come anticipatrici e modelli di riferimento per le giovani designer di ogni parte. Ma mentre alcune di queste designer sono dichiaratamente femministe, altre non lo sono affatto, e si sono semplicemente adattate alla natura patriarcale, competitiva e sfruttatrice del design conforme al canone modernista, adeguando anche i propri modi di lavorare. Questo atteggiamento è problematico, perché non difende né incoraggia l’inclusione delle donne nella pratica del design e nella sua storia, e in realtà continua a diffondere i meccanismi di invisibilità di cui si è parlato nella prima parte di questo saggio. 

Questa ambiguità è tuttora presente – mentre alcune designer lavorano in modo dichiaratamente inclusivo, orizzontale e femminista, altre non fanno altro che replicare i modi di lavorare che hanno caratterizzato il passato. Che si tratti del mito del creatore solitario sostenuto da un anonimo gruppo di collaboratori, della mancata volontà di mettere fine alle pratiche di sfruttamento, o della convinzione neoliberista che non ci sia spazio al vertice, questi modi di lavorare sono dannosi sia per le designer che per il design stesso. Per creare e sostenere dei sistemi che potranno rendere visibili le donne designer e mantenerle in posizioni di visibilità, è importante comprendere che chi si trova al vertice ha una doppia responsabilità: non solo di lasciare traccia di sé nella storia, ma anche di mettere in risalto le proprie pari e aprire porte per quelle che verranno dopo di loro. Come possiamo smantellare schemi vecchi e radicati per sviluppare sistemi di visibilità, e assicurarci che le storie delle donne designer di oggi siano trasmesse alle generazioni future?  
Tutte noi condividiamo anche la responsabilità di dare una lettura complessa al tema delle “donne nel design”, evitando che diventi semplicemente un’espressione di tendenza. Una semplice occhiata ai modi in cui le donne sono rappresentate attualmente nei media che si occupano di design è utile per mettere in luce degli stereotipi. Alcuni degli articoli presentati al convegno del 2019 A Woman’s Work, organizzato da Foreign Legion, hanno dato vita a una conversazione su temi come l’uso del linguaggio, la collaborazione, la rappresentazione, la possibilità di plasmare il proprio percorso e la responsabilità. Al convegno, l’autrice Alice Rawsthorn ha evidenziato come l’uso di etichette come “donna/femmina/femminile” può creare una marginalizzazione, ma “dato che veniamo da una storia così cupa di invisibilità femminile, queste tattiche non sono particolarmente inutili.”  Ha fatto notare inoltre quanto siano diffuse le rappresentazioni stereotipate e riduttive delle donne designer, e come sia dunque necessario prestare attenzione alle immagini che vengono usate. Mantenere un controllo sulle immagini che accompagnano gli articoli può avere una notevole influenza sulla memoria delle persone.  


Quando è stata l’ultima volta che avete visto un ritratto di una donna designer? Come era ritratta, e cosa evocava l’immagine? “Nei media mainstream, negli ultimi anni, si è assistito a un significativo aumento di visibilità delle donne nel campo del design”, come ha fatto notare Rawsthorn durante A Woman’s Work, sottolineando come il prossimo passo di questo lavoro sia ancora da fare. “Dobbiamo partire da qui per avviare un discorso dinamico e critico,” ha detto. “Sebbene molte schermaglie siano state vinte, altre ancora ci attendono.” Il lavoro di Rawsthorn, che lotta contro le semplificazioni e gli stereotipi, prende le mosse da una vita di femminismo, e negli ultimi anni l’autrice ha presentato e contestualizzato in modo approfondito e articolato il lavoro di molte designer, da Jane Addams a Otti Berger, in particolare con le serie che pubblica settimanalmente su Instagram.

I media e le pubblicazioni che si occupano di design hanno un potere straordinario nel plasmare il discorso intorno alla disciplina. È quindi essenziale che si continui a sostenere tutte quelle iniziative che da un lato continuano a far luce su aspetti poco studiati della storia del design, e dall’altro documentano in modo esaustivo il momento attuale. Un buon esempio della prima categoria è il progetto Errata, una ricerca di dottorato realizzata da Isabel Duarte che, grazie a esiti diversificati che spaziano dalla ricerca, alle pubblicazioni, agli episodi di podcast, a un sito e a una mostra, si concentra sulla storia della grafica portoghese per far luce sui sistemi universali che “svalutano, omettono e ignorano il lavoro delle donne”. Nel manifesto che ha scritto per Errata, Duarte cita la studiosa del design Ece Canlı, affermando la necessità di “‘interrompere la storia’, per poter cominciare il processo di disimpararla, ricostruirla e impararla nuovamente.” 1. Ece Canlı, “Design History Interrupted: A Queer Feminist Perspective”, in Polysemia #1, quoted in Isabel Duarte, “Manifesto”, Errata, 2021.https://www.errata.design/en/#manifesto-text Duarte cita anche la teorica e docente femminista bell hooks, facendo notare come “i tentativi di migliorare la rappresentazione delle donne non possono limitarsi ad aggiungere le donne alle storie esistenti: questi metodi usati per la storia devono essere essi stessi trasformati.” 2. Cf. bell hooks, Feminist Theory: from margin to center, South End Press, 1984. 

Errata: a feminist revision of Portuguese graphic design history, 2021, installation view at Gabinete Gráfico – Museu da Cidade, Biblioteca Almeida Garrett, Porto. © Alexandre Delmar

Un esempio di questo tipo di iniziativa si può trovare nella pubblicazione notamuse – A New Perspective on Women Graphic Designers in Europe. Scritto dalle designer tedesche Claudia Scheer, Lea Sievertsen e Silva Baum, il libro cerca di contrastare il discorso dominato dagli uomini che prevale nel settore. Una selezione diversificata di lavori di grafiche contemporanee presenta lavori su commissione, progetti indipendenti e ricerche, ed è affiancata da interviste con le designer su temi che vanno dalla filosofia del design e i suoi ideali alle situazioni e alle esperienze quotidiane di lavoro. Ne risulta una visione ampia del graphic design contemporaneo, e una rappresentazione composita ed efficace di un presente polifonico.  

In modo analogo, la piattaforma editoriale Futuress lavora per trasformare concretamente il modo in cui il design contemporaneo viene mediato, dando al contempo spazio a un’ampia rete di voci che altrimenti non avrebbero trovato ascolto nel discorso sul design. Fondata nel 2020, la Futuress si descrive come una “piattaforma femminista queer intersezionale” che cerca di diventare “una casa per le persone, le storie e le prospettive che sono state – e spesso rimangono ancora – sottorappresentate, oppresse e ignorate”. In questo caso, per restare fedele alle complessità che ne definiscono il campo, il design non può essere separato da politica, razza, classe né dalle questioni socioeconomiche. Con il loro lavoro e i loro approcci, tutti questi esempi – dalle serie su Instagram di Alice Rawsthorn’s all’espansione delle voci e dei temi portata avanti da Futuress – stanno trasformando i metodi per fare la storia e per fare spazio alle storie delle donne nel campo del design, e allo stesso tempo fanno pressione perché nasca una comprensione più ampia di questa stessa disciplina.

È possibile osservare iniziative analoghe in altri ambiti. Anche i tradizionali custodi della conoscenza, dalle istituzioni culturali a quelle educative, si confrontano con queste idee e aprono uno spazio per le persone che sono state trascurate. Nel 2019, insieme a Matylda Krzykowski nell’ambito di Foreign Legion, abbiamo curato Add to the Cake: Transforming the roles of female practitioners, una mostra al Kunstgewerbemuseum di Dresda. Come manifesto in quell’occasione dichiarammo: “Possiamo — e dobbiamo — ‘aggiungere strati alla torta’: ci sono livelli infiniti per l’espansione del canone. Si possono fare aggiunte alle collezioni museali e ai resoconti storici, la memoria collettiva e i futuri possibili. Ma soprattutto, dobbiamo renderci conto che ‘aggiungere strati’ non significa ‘togliere’, ma arricchire il contesto esistente con voci e prospettive molteplici e diversificate. Una torta con più strati sarà, nel suo insieme, una torta diversa.” 4. “Add to the Cake”, Kunstgewerbemuseum Dresden, 2019. https://kunstgewerbemuseum.skd.museum/ausstellungen/add-to-the-cake-dem-kuchen-hinzufuegen/ La mostra voleva mettere in atto lo stesso tipo di trasformazione che il design sta vivendo, e il museo ha accolto la nostra esplorazione della pratica femminile, passata, presente e futura. Proponendo performance, commissionando nuovi progetti e narrative visive, abbiamo cercato di rappresentare e immaginare un futuro che sta già prendendo forma ora.

Against Invisibility Hellerau Designer – Why were women written out if this historical context? © Klemens Renner, SKD / Kunstgewerbemuseum Dresden

Altri musei si sono dedicati a questo tema. Nel 2021, il Vitra Design Museum ha inaugurato un’ampia esposizione sulle donne nel design, dal titolo Here We Are! Women in Design 1900-Today. Curata da Susana Graner, Viviane Stappmanns e Nina Steinmüller, la mostra proponeva un approccio critico alla storia del design, mettendo allo stesso tempo al centro le professioniste di oggi e i nuovi approcci collaborativi al lavoro. “Oggi quasi la metà degli studenti di design sono donne e le donne sono protagoniste in molti settori pionieristici del design”, sottolineava la mostra, proponendo una riflessione su “cosa dovrebbe essere il design nel ventunesimo secolo, chi lo definisce e a chi è destinato”. 5. “Here We Are! Women in Design”, Vitra Design Museum, 2021. https://www.design-museum.de/en/exhibitions/detailpages/here-we-are-women-in-design-1900-today.html
La mostra, pur non essendo accompagnata da un catalogo, ha comunque intrapreso un percorso itinerante di cinque anni e, dopo essere stata esposta a Weil am Rhein nel 2021, è già stata presentata a Rotterdam e a Barcellona. L’impatto di mostre come queste, soprattutto su studentesse e giovani designer, non dovrebbe essere sottovalutato. Vedersi rappresentate – come donne designer – in un museo o in uno spazio espositivo può rappresentare un riconoscimento da tempo meritato per alcune, ma anche un’ispirazione per molte altre. 

Analogamente, i progetti di ricerca nelle università e nei politecnici stanno mettendo al centro il lavoro delle donne e dedicando il tempo di studenti e insegnanti a questi temi. Guardando al di là dell’inserimento delle donne nei programmi di studio e nei libri di testo, alcuni gruppi stanno costringendo le istituzioni a guardare in faccia se stesse e le proprie disuguaglianze strutturali. È il caso del Parity Group del Dipartimento di Architettura dell’ETH di Zurigo, un movimento dal basso fondato nel 2014 da studentesse e studenti di architettura e membri del personale per promuovere le questioni legate alla parità all’interno della scuola. Con il loro manifesto di partenza 9 Points for Parity, una lista che indicava misure strategiche pensate per migliorare l’equilibrio di genere, hanno ottenuto la creazione di una commissione ufficiale su Parità e Pluralità, oltre a fare pressione per la parità nella selezione dei membri delle giurie, dei critici invitati e delle nuove assunzioni nel dipartimento. Inoltre, il gruppo organizza ogni anno un simposio intitolato “Parity Talks”, che continua a portare ogni anno ospiti internazionali ed esterni per discutere di parità e pluralità. Un tale lavoro di attivismo è notevole, anche perché ha garantito continuità e persistenza nella discussione e nell’attuazione della parità e della pluralità, con un innegabile impatto sulla scuola e su tutti coloro che fanno parte della sua comunità.

Dalle scuole ai musei, dalle pubblicazioni alle ricerche di dottorato: il lavoro per smantellare i sistemi di invisibilità non ha fine e deve essere portato avanti sistematicamente, ogni giorno. Eppure, mentre si continua a lavorare, è importante riconoscere che non si tratta solo di donne, e soprattutto non di donne dell’Europa occidentale e del Nord America (Western European and North American, WENA). Nel momento in cui il design si sforza di diventare più inclusivo e diversificato, è importante andare oltre la visione binaria di genere e accogliere prospettive da tutti i lati dello spettro di genere. Analogamente, è fondamentale mettere al centro il lavoro svolto da designer non bianchi, in parti del mondo che non rientrano nelle regioni WENA. È attraverso questo sforzo che il design può finalmente diventare una disciplina per il XXI secolo.